• Stefano Anzuinelli

Languishing: un’emozione da conoscere


Non è esaurimento perché si ha ancora energia. Non è depressione, perché non ci si sente senza speranza ma solo senza gioia e senza obiettivi. E si chiama «languishing», ovvero un senso di stagnazione emotiva e di vuoto psicologico. È come se si stesse guardando la propria vita attraverso un parabrezza appannato. E potremmo veramente ritrovarcela come l'emozione dominante del 2021.

Tra il benessere e la patologia in senso stretto, c’è una vasta zona grigia che si caratterizza per situazioni varie di disagio e malessere psicologico caratterizzate da mancanza di voglia di fare cose e assenza di prospettive.


La sindrome

Potremmo anche definirla «sindrome della capanna» che, rispetto al primo post lockdown, nasce da paure diverse. La prima era determinata dalla paura della malattia o di contagiare gli altri; ora si teme di riprendere in mano la propria vita, di vedere le persone dal vivo, come se ci fossimo disabituati e avessimo paura di non ritrovare il mondo come era prima.


Dobbiamo ancora molto imparare sulle cause del «languishing» e come curarlo, ma dargli una definizione potrebbe essere un primo passo importante che potrebbe aiutare a «sbrinare» la nostra vista, consegnandoci una prospettiva più chiara su quella che è un'esperienza sfocata. Potrebbe ricordarci che non siamo soli perché il «languishing» è più comune e condiviso di quanto pensiamo.


Come agire

Quali consigli possiamo dare ai nostri ragazzi che si trovassero in una condizione esistenziale simile? Un antidoto potrebbe essere il «flow» (il "flusso"), quello stato elusivo di completo assorbimento in una sfida significativa o in un legame momentaneo, in cui il senso del tempo, del luogo e del sé si dissolve. Durante i primi giorni della pandemia, il miglior predittore del benessere non era l'ottimismo o la consapevolezza: era il «flusso».


Le persone più immerse nei propri progetti sono riuscite a evitare di illanguidire e hanno mantenuto la loro felicità prepandemica. Provare nuove sfide, concentrarsi su esperienze piacevoli e lasciarsi rapire da un lavoro significativo sono tutti possibili rimedi anche se è difficile trovare il flusso quando non ci si riesce a concentrare.


Considerazioni

Quindi, un primo step per superare questo disagio ce lo indica lo psicologo americano Adam Grant che suggerisce pratiche quotidiane basate sulla consapevolezza. Ed è Grant che ci indica che il «flow» potrebbe essere il “vaccino” contro il «languishing». Secondo lo psicologo, infatti, durante i primi mesi di pandemia, il miglior indicatore di benessere non era l’ottimismo o la consapevolezza, ma il «flow». In altre parole, le persone che si sono immerse maggiormente nei loro progetti sono riuscite a evitare questo senso di apatia e vuoto, e hanno mantenuto il loro benessere mentale pre-pandemico.


Doniamoci quindi un po' di tempo ininterrotto e stabiliamo dei limiti, concentrandoci su piccoli obiettivi, piccole vittorie personali, un piccolo trionfo, una difficoltà appena gestibile. Ciò significa ritagliarsi del tempo ogni giorno per concentrarsi su una sfida che conta: un progetto interessante, un obiettivo utile, una conversazione significativa. A volte è un piccolo passo verso la riscoperta dell'energia e dell'entusiasmo che ci sono mancati durante tutti questi mesi.


Lo stato di Flow

Il «flow», infatti, non è altro che quello stato di abbandono che ci fa perdere temporaneamente la cognizione del tempo e dello spazio e che si prova quando si viene “assorbiti” da qualcosa che ci piace particolarmente. Ognuno ha la sua attività preferita, bisogna quindi ritagliarsi del tempo per immergersi totalmente in essa – sia che si tratti di fare un cruciverba, attività di giardinaggio, allenarsi in giardino o guardare una serie tv. Lasciarsi andare e immergersi nella realizzazione di “progetti personali” che ci gratificano, riaccende la motivazione e aumenta il benessere, contrastando così il «languishing» e quel fastidioso senso di vuoto.


Altri rimedi includono invece concedersi un po’ di tempo senza interruzioni, evitando quindi frequenti cambi di attività (come, ad esempio, controllare ansiosamente le email ogni dieci minuti) e concentrarsi su obiettivi piccoli e raggiungibili, uno alla volta, piuttosto che su una lunga lista di cose da fare.


Dopo i Millenials, nati tra il 1980 e il 1997 (probabilmente la generazione più stressata in assoluto) e il loro ricorso massiccio alle benzodiazepine come lo Xanax, che agiscono sul sistema nervoso centrale per produrre un senso di calma e di rilassatezza, prepariamoci quindi ad ascoltare i Gen Z, cercando innanzitutto di capirli, senza imbottirli di farmaci ma di buoni consigli e infinita comprensione!

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